Luogo Amsterdam, teatro DeLaMar – Ore 12.00 del 18.10.2017.
Arrivati da poco più di due ore in Olanda, il primo appuntamento di questo ADE17 è siglato DJs From Mars.

Teatro DeLaMar, Amsterdam

Anche se marziani, Max e Luca sono italianissimi, assieme artisticamente dal 2003. Famosi in tutto il Mondo per i loro mashup e bootleg, da sempre producono anche “original mix”. Appena usciti su Ego con “Harlem e pronti per partire verso il Vietnam e la Cina, abbiamo avuto modo di scoprire la genesi del pezzo e scavare sulla carriera quasi ventennale dei due dj mascherati.

youBEAT intervista DJs From Mars

Buona lettura 🙂

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INTERVISTA

Ciao ragazzi, l’altro giorno quando ci siamo sentiti eravate in Oman, vicino agli Emirati Arabi e all’Arabia Saudita. Com’é accolta in quei Paesi la musica elettronica? Quale genere “va” di piú?

E’ un mondo nuovo, ancora inesplorato per questo genere di musica, hanno una cultura diversa. In discoteca non ci sono tantissime donne, è diverso suonare lì. Però si divertono, si “scassano”, fa ridere come ballano. E’ stata una bella serata.

Da dove nasce il nome DJs From Mars e quando?

Erano i primi anni 2000, i gruppi dance erano spesso confusi con cantante in playback e tastierista col cavo scollegato. Volevamo da subito mettere in chiaro che siamo due dj. “From Mars” l’abbiamo scelto per distinguerci, per fare una cosa diversa. Siamo alieni!

Come mai avete utilizzato proprio delle scatole per coprirvi il volto? Fin da subito vi siete mascherati?

Da qualche parte sul web si trovano delle primissime foto nostre senza maschera. La prima volta che abbiamo utilizzato le scatole è stato nel video di una nostra canzone, “Who Gives A Fuck About Deejays”. Il nostro produttore di allora ci consigliò di utilizzarle, visto il titolo del brano. Abbiamo iniziato a fare qualche seratina come resident a Torino e la cosa funzionava. Poi ci siamo messi a fare i mashup e i bootleg, girando Paesi come l’Austria, la Germania e la gente ci apprezzava molto, anche se oggettivamente non eravamo praticamente nessuno. Fare la foto con un dj del genere piaceva, e così abbiamo deciso di continuare ad utilizzare la maschera.

Il vostro ultimo singolo si chiama “Harlem”. Come mai avete scelto il nome di un quartiere di New York? Vi piace la Grande Mela?

Il pezzo è partito da un giro di piano che rimanda al mondo gospel delle chiese nei quartieri “neri” di New York. “Harlem” è stato il titolo della primissima demo, un nome casuale, che peraltro non viene mai citato nel testo. Successivamente il brano si è evoluto con un vocal, ma alla nostra etichetta continuava a piacere il titolo originario, che è rimasto quello. New York è forse la città più importante dell’America. Tra New York e Los Angeles succede tutto.

So che ad un marziano (Luca) piace l’hip hop old school e all’altro (Max) la techno. Come mai producete dance/pop? Vi piace come sound?

Noi ci siamo incontrati in studio ancor prima di essere i DJs From Mars. Io (Max) producevo roba techno, lui invece prima hip hop e poi commerciale. Luca aveva già fatto dei grossi successi in passato. Abbiamo iniziato per gioco questo progetto, facendo cantare una ragazza finlandese che faceva lo stage da noi una traccia dal titolo “Non dormo più”. In quel momento lì sono nati i DJs From Mars. Ha preso un’altra piega quando abbiamo iniziato a fare i bootleg perché è diventata una cosa internazionale grazie a YouTube. La nostra musica non aveva più bisogno di un distributore, di una label. La nostra musica piaceva e ci chiamavano a suonare. Noi ascoltiamo tutta la musica in generale. Se senti un nostro mashup c’è dentro hip hop, reggae, tanto rock,..

Se prendessi il vostro iPod cosa ci troverei?

Di tutto. Adesso c’è la trap nuova italiana. Ma ascoltiamo Bob Marley, i Linkin Park, i Metallica. Il nostro progetto è proprio quello di mescolare un po’ tutto quello che ci piace. Anche musica classica. Abbiamo fatto un po’ di tempo fa un mashup con Beethoven.

Siete nati artisticamente nella Bliss Corporation, una delle etichette discografiche italiane dance piú importanti nel mondo tra gli anni ’90 e inizio 2000. L’Italia la faceva da padrona. Oggi questo predominio é passato alle varie Spinnin’, Ultra Music, Dim Mak.. Che cos’é successo? Qual é il vostro punto di vista?

Son cambiati i meccanismi. Una volta bastava avere dei bravi produttori, un bell’ufficio che funzionasse, i contatti giusti. Non c’era internet, facevi uno step alla volta. Se vedi gli Eiffel 65 – che lavoravano con noi – hanno spaccato in tutto il mondo con un disco (“Blue“, ndr). Fu promosso bene, l’aveva preso una major, ha fatto tutti gli step giusti per raggiungere il successo. In questo momento storico, un ragazzino fa un pezzo, lo mette su YouTube ed automaticamente non ha più bisogno di questi passaggi. Se piace, come nel nostro caso con i bootleg otto anni fa, cominci a ricevere dei feedback positivi. Questa è la differenza. Io penso però che gli stranieri siano più bravi degli italiani in questo. Gli olandesi sono una squadra, sono uniti. Noi abbiamo quella invidia che non ci sta portando tanto lontano.

DJs From Mars incontrano all’ADE Bob Sinclar, R3hab, Little Louie Verga e Ummet Ozcan

E’ così importante per un dj partecipare all’ADE?

Noi è da tanti anni che veniamo quà. Scambi idee, scambi opinioni, conosci gente nuova, rivedi gente vecchia che ti presenta gente nuova. Se devo dare un consiglio, bisogna venire, soprattutto per il ragazzino curioso che vuole vedere che aria tira. Se devo dire quanto ti porta obiettivamente, non lo vedi.

In questi anni di produzioni firmate DJs From Mars avete pubblicato anche singolarmente o prodotto brani per altri?

Noi quando lavoravamo alla Bliss facevamo un pezzo firmato DJs From Mars, un pezzo io da solo, un pezzo lui da solo, un pezzo con altri collaboratori, e così via. Eravamo quindici produttori lì dentro. Erano tutti dischi one shot, con nomi che duravano una settimana e si passava subito al prossimo. La dance era all’epoca “fai un pezzo, esce, passa al prossimo”. Era una catena di montaggio. Ad un certo punto, dopo che non funzionava un c***o, abbiamo deciso di seguire un solo progetto ma a 360 gradi, quindi curando noi l’immagine, i social network, la musica, le grafiche, come se fosse un progetto pop. E le cose sono migliorate notevolmente.

Qualche giorno fa Riccardo Sada, noto giornalista nel campo, ha stilato una sua personale classifica di persone influenti in questo panorama, e ha inserito anche Alberto Gobbi. Voi siete sotto la sua “ala protettiva”. Che cos’ha di speciale quest’uomo? 

Te la riassumo con una breve espressione: quando lavori con delle brave persone, ti trovi bene e vai avanti. Noi penso che non abbiamo mai avuto nessun tipo di problema con lui. Io ne parlerò sempre positivamente di lui. Lui ci ha scoperto agli inizi, ha creduto in noi, ci ha spinti in Italia quando non eravamo nessuno. Ha lavorato tanto su di noi. Indubbiamente penso che valga la pena lavorare con una persona del genere.

Grazie ancora ragazzi, a presto e buona fortuna!

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About Jacopo Casalaspro

Architetto di giorno, esploratore della club culture di notte. Appassionato di musica elettronica, radio e music-travelling, puoi trovare piccoli stralci della mia vita sul mio Instagram @djacopo93 In the place to be!

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