Dopo oltre un decennio passato a ridefinire gli estremi della scena techno attraverso HEX, Lorenzo Raganzini apre un nuovo capitolo della sua carriera con Techno Rebels, il suo album di debutto solista. Un progetto profondamente personale, nato dalla necessità di trasformare caos, cambiamento e introspezione in suono. Più che un semplice disco, Techno Rebels appare come una dichiarazione identitaria: un ritorno a un’idea di techno più fisica, profonda e immersiva, lontana dalla continua escalation di BPM che negli ultimi anni ha dominato club, festival e social media. Industrial, acid, groove ipnotico e richiami rave anni ’90 convivono in un lavoro che mette al centro autenticità, emozione e libertà creativa. Abbiamo parlato con Lorenzo Raganzini di evoluzione artistica, identità, cultura techno contemporanea e del significato stesso di essere “rebels” oggi.

Lorenzo Raganzini

  • A distanza di un anno dalla fine del progetto HEX quante cose sono cambiate per Lorenzo Raganzini? Ti sei interrogato ponendo nuove basi oppure è la naturale evoluzione della tua carriera?

La fine di HEX è stata l’inizio di una nuova avventura, ma anche il detonatore di tante domande esistenziali. Ho dedicato 11 anni della mia vita a quel meraviglioso progetto e alla sua comunità, quindi quando è finito ho sentito un vuoto enorme e il bisogno di canalizzare tutta quell’energia da qualche parte. L’ho trasformata in musica. Da lì è nato Techno Rebels. Intenzionalmente senza collaborazioni: volevo una sola voce, la mia. È il mio sfogo sonico, un urlo trasformato in ritmo e melodia. La storia di questi ultimi anni congelata nel suono.

  • Mi ha molto colpito la demo submission della tua nuova etichetta discografica, dove l’identità è la prima virtù ricercata, in particolare mi hanno colpito i due concetti di “made for the dancefloor” e “physical groove”. Ci parli un po’ di questo nuovo progetto? Vuoi lasciare qualche consiglio personale ai futuri applicanti?

Con piacere. La label è un ritorno alle mie origini, a quel Techno che mi ha fatto innamorare dei club prima di questi ultimi anni più estremi. Un Techno senza sottogeneri, fatto per il dancefloor, con groove fisico, profondo, costante. Musica pensata per chi vuole ballare per ore, per perdersi o ritrovarsi. Meno focus sui grandi momenti da filmare e più sul viaggio. Ho sentito il bisogno di rallentare i BPM, ma trovare più groove, più profondità e più fisicalità. Ai producer direi questo: se avete del buon Techno tra i 138 e i 145 BPM, con groove incalzante, forte identità e dettagli sonori stereo inaspettati, mandatemi le vostre demo, le ascolto molto volentieri. Nel mio Instagram trovate il link per inviarle.

  • Tu sei indiscutibilmente tra i pionieri del movimento più hard della Techno che oggi spopola sui mainstage dei festival, oltre che sui social. Come reputi questo tipo di evoluzione rispetto agli inizi della tua carriera e quale potrebbe essere — secondo te — la sua metamorfosi nel tempo? Si è forse “perso qualcosa” nel panorama Techno odierno?

Il mio stile è sempre stato in evoluzione. Negli ultimi anni è diventato sempre più veloce e intenso, fino a un punto di rottura. Attorno a me vedevo BPM salire sempre di più e quasi una corsa a chi suonasse più forte del DJ prima. Ma se un warm-up parte a 160 BPM, allora cosa resta dopo? Non dovrebbe essere una gara a chi spinge di più. Noi DJ siamo lì per far vivere qualcosa alle persone, non per vincere una competizione di ego. Ho sentito che quella scena non era più in linea con ciò che cercavo personalmente, quindi ho scelto di tornare a un suono più costante, più profondo, più pensato per la connessione e le lunghe notti. Il mio manager dice che a livello business è una follia, ma non ho iniziato questo percorso per altro se non per amore della musica. Questo, per me, è essere ribelli.

  • È appena uscito Techno Rebels, album che ho percepito molto poliedrico, rumorosamente organico, ma anche tribale ed evocativo. Ho sentito molta industrial, molta acid, oltre che un velo nostalgia, confermi? Possiamo considerarlo il tuo nuovo manifesto? Qual è il messaggio che vuoi comunicare alla scena techno attuale?

Mi piace molto questa lettura, davvero. Sì, dentro c’è tutto questo. Industrial, acid, nostalgia, rave culture, emozioni. È un album molto umano, nato da momenti reali della mia vita. Più che un manifesto, lo vedo come una fotografia sincera di chi ero in quel momento. La mia musica cambia continuamente, come cambio io. Ogni giorno ci svegliamo leggermente diversi grazie alle esperienze del giorno prima. Io non voglio limitare quella evoluzione né giustificarla troppo. La musica mi guida, io la seguo. Se c’è un messaggio, forse è questo: fate ciò che vi rende felici, non ciò che sembra funzionare.

  • Una riflessione identitaria su Lorenzo Raganzini: hai sempre messo in risalto, per primo tra tutti, una forte estetica personale. È questa estetica che riflette la tua musica oppure è la tua musica che riflette la tua estetica?

In realtà mi diverte molto giocare con il mio corpo e trasformarmi. Tatuaggi, piercing, makeup… l’ho sempre vissuto in modo molto spontaneo, senza pensarci troppo. Quel makeup con le linee, per esempio, era nato come estensione visiva della cover di Techno Rebels. Però oggi sento il bisogno di spostare il focus. Meno attenzione su di me e sulla mia immagine, più sulla musica. Quindi sì… forse niente più makeup!

Con Techno Rebels, Lorenzo Raganzini non cerca semplicemente un nuovo inizio: cerca una nuova connessione. Con sé stesso, con il dancefloor e con quella dimensione più emotiva e immersiva della techno che negli ultimi anni sembra essersi progressivamente dissolta nella rincorsa all’eccesso. Il risultato è un album che rifiuta compromessi e trend momentanei, scegliendo invece autenticità, groove e profondità narrativa. Una ribellione silenziosa, forse, ma proprio per questo ancora più necessaria.