Dal pianoforte alla club culture, passando per contaminazioni, nuovi linguaggi e una città trasformata in palcoscenico. Andrea “Andro” Mariano racconta a youBEAT la sua idea di Piano City Lecce, tra Eric Prydz, Trentemøller e una rivoluzione che parte da 88 tasti.

Ci sono strumenti che restano legati a un genere e altri che, invece, diventano un punto di partenza. Per Andrea “Andro” Mariano, il pianoforte appartiene decisamente al punto di partenza. Prima dell’elettronica, delle produzioni e di un percorso musicale capace di muoversi tra mondi differenti, ci sono stati proprio gli 88 tasti. Andro ha iniziato a studiare musica a Lecce a soli sette anni. Oggi torna idealmente al punto di partenza come direttore artistico, insieme a Gloria Campaner, di Piano City Lecce 2026, in programma dal 10 settembre al 13 settembre. Ed è forse proprio questa traiettoria a rendere interessante il festival, perché qui il pianoforte non viene trattato come un oggetto da conservare sotto una teca, ma come uno strumento da mettere alla prova.

Una rivoluzione che parte dal pianoforte, ma non si ferma alla classica

“La rivoluzione a 88 tasti” è il concept scelto per l’edizione 2026. Una definizione che potrebbe sembrare legata esclusivamente alla tradizione pianistica, ma il programma racconta qualcosa di decisamente più ampio. Piano City nasce nel 2010 da un’idea del pianista berlinese Andreas Kern e arriva a Lecce nel 2021. La sua caratteristica è quella di portare la musica fuori dai luoghi convenzionalmente destinati ai concerti e inserirla direttamente nel tessuto urbano. 

A Lecce questa filosofia ha trovato una propria identità. Chiese, chiostri, palazzi storici, musei e giardini diventano parte della performance, ma il progetto arriva anche nella periferia come la zona 167B e negli spazi legati alla street art e alle realtà culturali del territorio. Non è, quindi, soltanto una questione di dove viene posizionato un pianoforte. È soprattutto una questione di cosa può succedere attorno a quello strumento. Ed è qui che il discorso diventa particolarmente interessante quando a guidarlo è un artista come Andro.

Dalla formazione classica all’elettronica: il pianoforte come mezzo

Nel suo percorso il pianoforte non rappresenta un genere, ma un linguaggio. È la base dalla quale Andro si è successivamente avvicinato all’elettronica, fino a trasformare quella formazione in una sensibilità applicabile a territori sonori apparentemente lontani dalla musica classica. Durante la nostra conversazione emerge più volte una parola: contaminazione. Ed è un concetto che Piano City Lecce ha progressivamente incorporato nella propria identità. Accanto alla classica convivono jazz, pop ed elettronica, artisti internazionali, giovani musicisti, studenti e persino pianisti amatoriali. L’edizione 2026 conta oltre 50 concerti. 

Tra i Main Concert troviamo Casadilego, protagonista dell’apertura del 10 settembre nel Chiostro dell’ex Convento degli Agostiniani; l’11 settembre arriva il jazz di Shai Maestro, mentre il 12 settembre David Chalmin porta nella Chiesa di Sant’Elisabetta il suo incontro tra pop ed elettronica. La chiusura del 13 settembre è affidata a Katia e Marielle Labèque. Quattro nomi che, già da soli, raccontano quanto sia difficile, e forse poco utile, cercare di rinchiudere questa edizione dentro un’unica etichetta.

Negli anni Piano City Lecce ha ospitato anche Francesco Tristano, pianista e compositore che ha costruito parte della propria ricerca proprio sull’incontro tra formazione classica, techno ed elettronica. Un esempio perfetto di quello che Andro cerca quando parla di utilizzare il pianoforte in maniera non convenzionale.

Ma gli abbiamo posto una domanda ancora più diretta: come sarebbe un DJ set pensato appositamente per Piano City?

La risposta porta immediatamente verso alcuni riferimenti importanti della cultura elettronica. Andro cita Trentemøller e poi arriva a definire Eric Prydz uno dei “mostri sacri” ai quali attingerebbe. Non è una scelta casuale. Il punto, infatti, non è semplicemente immaginare un grande DJ dietro una console in uno dei luoghi del festival, ma cercare produttori nei quali sia percepibile una vera sensibilità armonica. È probabilmente qui che il confine tra pianoforte ed elettronica diventa meno netto di quanto sembri.

Perché prima ancora del club, del palco e della produzione esistono armonia, composizione e capacità di costruire un’emozione. Cambiano gli strumenti, non necessariamente il principio. Ed è esattamente questa libertà di linguaggio che Piano City Lecce prova a mettere al centro della sua rivoluzione.

L’intervista ad Andro
  • Hai iniziato a studiare musica a Lecce a sette anni e oggi sei direttore artistico proprio di Piano City Lecce. Che effetto fa passare dall’essere un bambino che imparava la musica a essere una persona che decide di farla vivere nella propria città?

“Sicuramente è un effetto stranissimo. Quando ho cominciato a studiare pianoforte non mi sarei mai immaginato di arrivare a collaborare con una realtà internazionale come Piano City e, tra l’altro, proprio a Lecce. Qui ho ritrovato docenti, il Conservatorio, amici e professori che hanno continuato il percorso nella musica classica. All’inizio è stato straniante, ma in senso positivo, perché non me lo sarei mai aspettato. Anche la sfida della direzione artistica nasce dalla voglia di restituire qualcosa a Lecce, la città che mi ha accompagnato fin dall’inizio soprattutto nel settore della musica classica. Poi ho preso altre direzioni, che più o meno conoscete, ma devo tanto a questa città.”

  • Il tema dell’edizione 2026 è “La rivoluzione a 88 tasti”. Secondo te, che cosa deve ancora rivoluzionare il pianoforte oggi?

“Abbiamo cercato di lavorare su questo concept anche in maniera sociologica. Se prendo come esempio la mia esperienza, il pianoforte è stato uno strumento che mi ha dato una mano concreta non soltanto nella carriera, ma anche nella vita sociale e nella comunità. Mi ha aperto porte incredibili, mi ha permesso di conoscere persone e vivere esperienze. Credo quindi che la rivoluzione riguardi soprattutto noi stessi. Cerchiamo di promuovere il pianoforte, così come potrebbe essere qualsiasi altro strumento, come un mezzo capace di offrire possibilità diverse, che non devono essere necessariamente professionali. La musica mi ha dato la possibilità di aprirmi a un linguaggio differente, che aiuta a esprimersi anche nei momenti in cui non è facile comunicare con il resto del mondo.”

  • Che cos’è Piano City e qual è l’idea dalla quale nasce questo format?

“Piano City è un format nato a Berlino grazie a un’intuizione eccezionale di Andreas Kern, con il quale siamo diventati anche grandi amici. All’inizio ero preoccupato all’idea di interpretare un format di caratura internazionale e portarlo a Lecce. Alla fine ho cercato di farlo a modo mio, seguendo quella che è sempre stata la mia volontà artistica: portare contaminazione nella musica. Sono partito dal pianoforte, che mi ha dato la possibilità di avvicinarmi alla musica elettronica ed esplorare tante strade che non avevo mai percorso. Piano City mi ha permesso di interpretare un format bellissimo attraverso questa stessa visione.”

  • Quanto conta, quindi, la contaminazione nella tua idea di Piano City Lecce?

“Moltissimo. La mia interpretazione è stata quella di utilizzare il pianoforte come mezzo e coinvolgere artisti capaci di utilizzarlo anche in maniera non convenzionale. Ovviamente abbiamo tutte le categorie, dalla classica al jazz fino alla contemporanea, con pianisti incredibili che ci hanno accompagnato negli anni. Rimane però sempre la voglia di creare una piccola rivoluzione e magari anche un’ispirazione per il pubblico, soprattutto per i giovanissimi, che rappresentano un settore sul quale stiamo investendo moltissimo.”

  • Come scegli gli artisti da portare al festival?

“Credo di aver fatto un buon lavoro negli anni soprattutto nell’individuare le persone giuste. Non potrei mai prendermi tutto il merito del successo del format a Lecce: devo condividerlo con figure che hanno creduto nel progetto e che permettono a una visione di diventare realtà. Parliamo di professionisti della musica classica e del pianoforte, ma anche del giornalismo, della discografia e dell’editoria. Siamo riusciti a trovare tutte quelle figure necessarie perché Piano City Lecce potesse costruire progressivamente una personalità e un’identità sempre più chiare e forti.”

  • Cosa possiede Lecce che rende il suo Piano City differente da quello di Milano, Berlino o delle altre città?

“È difficile fare un confronto. Milano è forse una delle edizioni più forti e conosciute al mondo. Io vivo lì e so benissimo quanto sia una città capace di accogliere format di questo tipo e portarli a dimensioni incredibili. Lecce, però, non deve necessariamente ambire a diventare un format di quelle dimensioni. Stiamo lavorando molto per costruire un’identità coerente con il luogo. Questa sorta di “boutique della pietra leccese” credo sia un terreno fertilissimo per realizzare cose che magari in altre città non sarebbero possibili. Ogni anno cerchiamo, attraverso le location e gli artisti, di personalizzare le performance e creare serate speciali.”

  • Quali artisti rappresentano meglio questa ricerca nella line-up e nella storia del festival?

“Dal punto di vista pop ho avuto il supporto di tanti artisti. Quest’anno, per esempio, abbiamo Casadilego. Negli anni c’è stato Dardust, che già nella prima edizione ci diede la possibilità di presentare alcuni brani dell’album che sarebbe uscito poco dopo. Poi Giovanni Caccamo, Serena Brancale e altre figure che hanno creduto nel format quando a Lecce era ancora in fase di costruzione. Dal punto di vista della contaminazione abbiamo avuto anche Francesco Tristano, che mi interessava moltissimo perché possiede la capacità di miscelare elettronica e classica in maniera completamente personale. Quest’anno abbiamo David Chalmin, un altro artista che ha fatto della contaminazione il proprio punto di forza, mischiando rock ed elettronica. È un crossover bellissimo e non vedo l’ora di ascoltarlo.”

  • Se dovessi creare un DJ set speciale per Piano City Lecce, come lo immagineresti?

“Non potrei non rimanere sui classici della musica elettronica. Penso che molti dei produttori che ammiro siano prima di tutto musicisti che hanno sviluppato una sensibilità particolare. Penso a Trentemøller e ad artisti di questo genere, che magari tante persone neanche conoscono ma che seguo da tanti anni. Se dovessi scegliere, andrei sicuramente ad attingere ai mostri sacri, come Eric Prydz, nei quali si percepisce realmente quella sensibilità armonica che, inserita nel contesto elettronico, ha permesso loro di raggiungere anche grandi successi internazionali.”

  • Se qualcuno non fosse mai stato a Piano City Lecce, che cosa gli diresti per convincerlo a venire?

“In quei tre o quattro giorni c’è veramente la possibilità di scoprire qualcosa di importante anche a livello personale. Non tutti gli appuntamenti possono colpire ogni spettatore allo stesso modo, ma sono abbastanza sicuro che ce ne sarà almeno uno capace di farlo. Piano City Lecce permette di compiere un percorso tra concerti diversi durante tutta la giornata. Sono sicuro che ci sarà quel concerto capace di colpirti e magari non di cambiarti la vita, ma almeno di farti riflettere. Che tu sia un musicista oppure semplicemente un ascoltatore.”

  • Se dovessi raccontare Piano City Lecce senza utilizzare le parole “musica”, “pianoforte” e “festival”, come lo descriveresti?

“Userei due parole: visione e opportunità. Piano City Lecce è un percorso legato alla visione di persone appassionate e professionisti che vogliono regalare opportunità agli ascoltatori, a chi partecipa, ai ragazzi, ai giovani e soprattutto ai bambini. Io mi sono avvicinato al pianoforte a sette anni semplicemente perché avevo visto uno strumento a casa di amici di famiglia e andavo lì a giocare con i tasti. Mia madre probabilmente avrà pensato che fossi attratto da quello strumento. Farlo vedere, farlo suonare e risuonare nella città rappresenta quindi una grande opportunità. Spero soprattutto che ci siano bambini che possano essere ispirati da questo suono e da questo strumento.”

  • Qual è il sogno per il futuro di Piano City Lecce?

“La visione c’è, anche se la sto ancora delineando. Sicuramente voglio farlo crescere, ma non dal punto di vista della quantità dei concerti. Credo che rimarrà un festival delle dimensioni giuste per la città di Lecce. Il mio sogno è riuscire a ospitare artisti capaci di interpretarlo e, allo stesso tempo, di innamorarsi della città. L’obiettivo è far innamorare di Lecce quanti più artisti internazionali e nazionali possibile. Alcuni magari non possiamo ancora permetterceli, ma speriamo che in futuro possano venire qui e condividere con noi la loro musica.”