Tra elettronica emotiva, ricerca sonora e influenze che spaziano ben oltre il clubbing tradizionale, Pietro Pavan è uno dei producer emergenti più interessanti della nuova scena italiana. Nel suo sound convivono armonie intime, dettagli ricercati e una continua voglia di sperimentare, all’interno di una wave che negli ultimi anni sta ridefinendo il modo di intendere la musica elettronica. Lo abbiamo intervistato per parlare del suo percorso, delle sue influenze e della nascita di “paper thin” insieme a Iris Khain.
1. Se dovessi definire il tuo suono in poche parole, cosa diresti? Più emozione, più ricerca o più istinto?
“Questa è una domanda in realtà molto difficile, quando si tratta di definire lo stile di altri è sempre più facile; penso di essere un artista estremamente giovane e nel pieno dell’esplorazione musicale. Apprezzo una vastità di generi molto vasta e questo mi porta a sperimentare sempre e a concludere brani estremamente diversi tra loro. Ho tanta musica da far uscire e tante idee che pian piano definiranno il mio immaginario musicale. Quello che per me è importante è rimanere sempre fedeli al proprio gusto e alla propria sensibilità, cosa non sempre facile in un mondo dove il giudizio esterno sembra sempre essere più importante. La cosa più rilevante di tutte è l’emozione che il pezzo riesce a dare: un brano può essere estremamente ricercato e studiato nei minimi dettagli, ma se il master finale non suscita immaginazione, secondo me rimane un lavoro inutile.”
2. Ascoltando la tua musica si sentono affinità con un certo filone: artisti come okgiorgio, camoufly, Fenoaltea, jjitz o swimming Paul. Quanto ti senti vicino a questa wave?
“Apprezzo molto questa nuova generazione di musicisti, sta portando una freschezza importantissima per la scena elettronica — e non solo — in questi ultimissimi anni. Apprezzo sempre quando ci si distacca dalle solite formule e dai soliti schemi per creare qualcosa di originale e allo stesso tempo musicalmente valido, non è una sfida da poco. Una cosa che ho sempre sognato è che nell’immaginario comune la musica elettronica non venga sempre e solo associata al mondo del clubbing e alle serate in discoteca: esiste una grande varietà di stili e sfumature del genere che nascono da accordi, note, strumenti acustici e lyrics profondamente intime che hanno poco o nulla a che vedere con la vita della notte. In questo mi sento molto vicino ad alcuni degli artisti menzionati, anche se non sento di appartenere al 100% al genere: ho tante altre cose da dire e con le mie prossime release spero che questo si potrà percepire.”
3. In questo senso è sicuramente importante lo sviluppo di un personale signature sound. C’è un elemento nei tuoi brani che per te è fondamentale ma che chi ascolta al primo colpo non nota?
“Penso che i veri elementi in comune tra i vari brani siano l’armonia e la scelta dei suoni, capita ovviamente di utilizzare gli stessi synth e gli stessi sample nelle varie produzioni. Entrando nel tecnico, un suono che mi piace molto e tendo spesso a utilizzare è lo stesso che i Radiohead hanno utilizzato nella storica intro di Everything in Its Right Place.”
4. Essere di Venezia influenza in qualche modo il tuo modo di produrre o di vivere la musica?
“Qui c’è da fare una simpatica precisazione: io vengo dalla zona più periferica di Venice, lontana dall’acqua e ben diversa da quella delle cartoline. Studio composizione al conservatorio di Venezia quindi molto spesso sono in città, ma la mia vera casa è la provincia. La provincia veneta ha profondamente influito sul mio modo di pensare e vedere le cose, qui la maggior parte dello spazio è occupato da campi e dal nulla più totale. Una persona sensibile e forse troppo romantica come me qui è obbligata per necessità a immaginare scenari distanti da dove si trova: la musica è il mio strumento preferito per farlo. Resto comunque innamorato di Venezia, sono stato in molti posti distanti da qui, ma nulla mi ha mai suscitato le sensazioni di questa città.”
5. Negli ultimi anni in Italia sta emergendo sempre di più una scena legata a questo tipo di sound, più elettronico, emotivo e ibrido. Secondo te cosa sta succedendo davvero?
“Io credo che sia semplicemente un cambio generazionale. La classica traccia EDM ha annoiato da tempo e molti degli stereotipi del genere sono superati. I ragazzini cresciuti con artisti come Skrillex, David Guetta e tutti i grandi degli anni 2000-2010 sono ormai uomini e hanno cominciato a fare musica come vogliono loro, lontani dalle dinamiche dei grandi festival e dalla cassa che deve ‘spingere’. È l’unione tra l’amore per la musica dance e quello per generi molto più ricercati e intimi; questa è ovviamente una figata perché tutti noi siamo cresciuti con artisti e dischi diversi, quindi le combinazioni sono infinite. È poi morto in questa nuova scena il classico distacco tra artista e fan, basta guardare alla comunicazione pazzesca di Fred again.. o di okgiorgio, sempre estremamente umili e alla pari con chi ascolta. Uno dei motivi per cui sto lavorando con FANKEE è proprio questo.”
6. Nel tuo percorso stai costruendo un suono sempre più riconoscibile, fatto di atmosfere e ricerca sui dettagli. Come nasce questo brano e com’è entrata in gioco la collaborazione con Iris Khain?
“Se dovessi far sentire la demo originale forse non si direbbe che sia la stessa canzone… ero in un momento di stallo e la produzione non mi stava piacendo, così come spesso succede ho deciso di mutare tutto, accendere solo le batterie e mettermi a scrivere gli accordi. Quelli sono poi diventati la parte in assoluto più importante del brano. Nei giorni in cui lavoravo a ‘paper thin’ mi capita nel feed di Instagram un ragazzo che cantava una cover. Mi sorprende, perché a me per il pezzo serviva assolutamente una voce, quindi gli ho scritto. Non appena ha accettato abbiamo cominciato a sentirci e ha fatto un lavoro pazzesco in pochissimo tempo. Probabilmente capiterà di nuovo una collaborazione.”
Tra introspezione, ricerca sonora e voglia di superare i confini più tradizionali dell’elettronica, Pietro Pavan rappresenta bene una nuova generazione di producer italiani che sta costruendo un linguaggio personale e sempre più riconoscibile. Un percorso ancora in piena evoluzione, ma che lascia già intravedere una direzione precisa.

Rudy (32) currently based in Bergamo, here since 2019.
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