Da qualche mese ormai, uno degli obiettivi che stiamo cercando di raggiungere, è quello di far conoscere ai nostri lettori le figure chiave della musica dance italiana: stiamo parlando di persone che, con la passione e le abilità acquisite in anni di esperienza, “fanno funzionare” la grande macchina della discografia e degli eventi Made in Italy.

Abbiamo iniziato questo percorso intervistando due figure molto giovani ma allo stesso tempo molto esperte, quali Sergio Cattaneo e Roberto Del Baglivo, rispettivamente Show Designer di Nameless Music Festival e LD di Milano Music Service il primo e talentuoso LJ il secondo.

Questa volta invece, a passare dalle pagine di youBEAT è una delle persone più influenti della scena dance italiana: stiamo parlando di Federico Cirillo, Dance Dept. Manager ed A&R di Universal Music Italia e Nameless Records.

In un’interessante chiacchierata svoltasi durante l’ultima edizione di Amsterdam Dance Event, Federico ci racconta l’evoluzione della sua carriera, sia dal lato artistico che da quello manageriale, e ci fornisce il suo punto di visto in merito allo stato attuale della scena EDM italiana.

Federico Cirillo at Nameless Music Festival
Federico Cirillo at Nameless Music Festival

INTERVISTA

youBEAT) Ciao Federico! Vorremmo aprire quest’intervista con una domanda molto classica: come ti sei avvicinato al mondo della musica elettronica? E soprattutto, come hai modificato la tua carriera, passando da un lato prettamente artistico ad uno più manageriale? Potresti raccontarci questo tuo percorso?

Federico Cirillo) Ciao ragazzi! In verità vi devo confessare di non aver avuto un percorso troppo diverso da quanto ci si possa immaginare. A 16 anni, con 3 amici di Monza e Brianza, ho aperto una piccola label chiamata “Minimind Records”: il suono che trattavamo era prevalentemente minimal/techno, genere che andava molto in voga all’epoca. Poi a 21 anni, con Andrea Battista aka DJ AB (appena uscito su Ciao Recs con Send Out Your Luv/On It, ndr) e Riccardo Caprotti aka Ricktronik, ho aperto Gold Nite Records. Qui trattavamo principalmente sonorità elettroniche, che si ispiravano molto a quelle di artisti come Gesaffelstein o Brodinski; mentre le release ad etichette come Sound Pellegrino, Bromance o Marble Records (l’etichetta di BOBMO, ndr).

Ho sempre cercato di fare qualcosa di mio, ma che allo stesso tempo aiutasse gli altri: quando abbiamo aperto GNR (molto prima di TopDJ, Universal e Nameless), prima di investire sui nostri progetti quali Kyko e The Rox, abbiamo prodotto diversi artisti come TRVE, Turbogaz e molti altri ancora. La stessa caratteristica l’ho riscontrata nel mio percorso da produttore: ho sempre preferito lavorare per altri, tra cui label molto grandi della scena elettronica come Spinnin’ e Southern Fried, più che per la mia immagine. Inoltre non sono un particolare estimatore del live, anche per un discorso caratteriale non sono mai stato propenso a costruirmi un personaggio da portare in giro per il mondo (e metterci la faccia), stando lontano dalle mie passioni e da ciò che più mi piace fare (comporre, giocare ai video game e passare del tempo con la mia fidanzata e i miei amici).

yB) A proposito di Gold Nite Records, adesso che il tuo percorso ha preso una piega leggermente diversa, lo consideri un progetto “chiuso” o hai intenzione di riprenderlo in un prossimo futuro? Su Soundcloud (ma anche su Facebook) vediamo che il canale è ancora aperto.

FC) È una domanda che mi fanno in molti, ma purtroppo per vincoli contrattuali con Universal non posso più seguirlo… Anche se non mi sento di considerarlo un progetto totalmente chiuso… In ogni caso, i dischi prodotti dall’etichetta continuano a generare royalties e i suoi canali social continuano a ricevere interazioni. Recentemente ho anche ricevuto da un ragazzo italiano una demo che rispecchiava a pieno quel progetto: vi devo confessare che il non poterla pubblicare mi ha preso un po’ in contropiede, mi ha lasciato spiazzato.

Gold Nite Records
Gold Nite Records

yB) Non sarebbe possibile pubblicarla con Nameless Records? O per lo meno, non si riuscirebbe a riprendere il percorso di GNR attraverso quest’ultima?

FC) Purtroppo no. Nameless Records ha un’identità completamente diversa da quella di GNR: per quanto cerchiamo di portare innovazione e suoni più di nicchia, l’anima di GNR è troppo sperimentale rispetto al suono più “pop” e mainstream di Nameless. In ogni caso, attraverso Nameless Records, ci stiamo impegnando a sdoganare suoni che raramente si è abituati a veder pubblicati su una major: siamo molto contenti e orgogliosi di poter rilasciare lavori di giovani talenti italiani.

yB) A proposito di Nameless: da qualche anno vediamo il tuo nome associato al festival che per importanza possiamo considerare il numero uno in Italia. Ci puoi raccontare come ti sei avvicinato a questo progetto? Lo conoscevi già in passato? E soprattutto, com’è il rapporto tra di voi?

FC) È iniziato tutto nel 2015, quando venni invitato da Giammarco Ibatici a visitare il festival. Lui ci teneva che vedessi come veniva organizzato e anche a conoscere il team che lavorava alla produzione del festival. Non vi nascondo che all’inizio ero un po’ scettico, come lo sono sempre stato un po’ nei confronti del mondo EDM e della sua scena. Quando però ho scoperto che l’evento era stato organizzato interamente da ragazzi molto giovani (all’epoca under 30), mi sono veramente dovuto ricredere!
Da lì, si è instaurata una buona amicizia e un ottimo rapporto di collaborazione che si è consolidato nel tempo attraverso vari step: siamo partiti con la prima compilation ufficiale del festival (rilasciata da Do It Yourself), abbiamo aperto la label Nameless Records, abbiamo lavorato insieme durante la quarta edizione portando Alesso e altri artisti Universal, fino ad arrivare all’ufficializzazione della joint-venture tra Universal Music Italia e Nameless Music Festival.
Fondamentale per la buona riuscita di questo progetto è il rapporto che si è instaurato all’interno del team: siamo come una famiglia e riusciamo a portare avanti questo progetto divertendoci, senza perdere di vista il fatto che ormai stiamo lavorando ad un festival con una struttura molto internazionale. Una delle cose di cui vado più fiero inoltre è che il nostro pubblico, gli addetti ai lavori e gli artisti percepiscono questo fattore: veder Kayzo pubblicare più video sulle sue pagine, sentire Axwell/\Ingrosso in radio parlar bene della kermesse o trovare il panorama di Lecco nel video recap di Zedd è una sensazione veramente bellissima.

Nameless Music Festival 2017 - pic by Andrea Raffani
Nameless Music Festival 2017 – pic by Andrea Raffani

yB) Ci potresti fornire una tua visione in merito all’attuale scena dance italiana (anche a livello economico) e un confronto con quello che avviene negli altri paesi?

FC) Uno dei più grandi ostacoli che ci troviamo davanti, e che stiamo cercando di combattere, è la mentalità italiana: il pubblico dell’EDM “made in Italy” vuole sempre di più, spendendo però sempre di meno. Per farvi un esempio: dopo aver annunciato il nostro prossimo showcase (il prossimo 6 dicembre all’Amnesia di Milano, ndr), che porterà per la prima volta in Italia Rezz e vedrà in line-up altri artisti ancora da annunciare, con un costo di ingresso veramente irrisorio (11 euro comprensivo di diritti di prevendita, ndr), abbiamo ricevuto richieste di riduzioni, omaggi o di informazioni in merito al servizio 18app. Gli stessi costi che ci vengono contestati però, vengono poi spesi in maniera molto più massiccia per andare nei club di provincia per fare tavoli o bottiglie. Possiamo però ritenerci fortunati ad avere diversi portali, testate giornalistiche e anche organizzazioni, che spingono il pubblico ad ampliare la propria visione e quindi ad adottare una mentalità più internazionale, ma c’è senz’altro ancora molto lavoro da fare per cambiare le cose.
Per quanto riguarda il resto del mondo, non vi nascondo di essere in disaccordo con i cachet internazionali (Olanda e USA in primis): i fee degli artisti sono dettati da moltissimi fattori, in particolar modo dalla possibilità che hanno i promoter di spendere (basti pensare che un tavolo in un club a Las Vegas parte da 2000 dollari a salire), ma per fortuna è un discorso che non tocca molto la nostra scena.
Vedere gli artisti emozionarsi per come vengono accolti, sia dal pubblico che dalle organizzazioni, è ancora una delle cose che più ci contraddistingue e ci spinge a lavorare in questo ambito.

yB) Come hai di recente affermato, non sei mai riuscito a fare uno showcase qui all’ADE per Gold Nite Records. Quali sensazioni hai provato per esserci riuscito con Nameless Records?

FC) Durante la scorsa edizione dell’ADE, parlando con Jelmer Rotteveel di Run The Trap Events, stavamo cercando un modo per “educare” il pubblico italiano a queste nuove sonorità, cercando però di rimanere fedeli al nostro nome e ai nostri artisti. Da lì, l’idea di creare un party in collaborazione con il network: l’idea era quella di creare un evento all’interno dell’evento olandese, che unisse la scena italiana a quella internazionale. Durante l’anno siamo riusciti a trovare la giusta location e a dar vita alla line up che abbiamo poi proposto. Inoltre grazie all’amicizia con Paul McQueen di Primary Talent, siamo riusciti a inserire nell’evento prima NGHTMRE (che già voleva venire al festival in Italia) e poi Herobust, uno tra i nomi più chiacchierati durante l’ultimo anno.
Il risultato ottenuto è stato molto soddisfacente: vedere la fila all’entrata del De Balie con un sold out già annunciato da diversi giorni è stata una cosa bellissima. Aver raccolto centinaia di persone a ballare sulla musica degli artisti in line up, tra cui gli italiani che ci hanno raggiunto ad Amsterdam, ancora di più.

yB) Ci puoi raccontare qual è stato il primo impatto da te percepito nel trasferimento da un ambiente minore, come quello delle indipendent label, a quello di una major del calibro di Universal Music?

FC) Vi devo dire la verità: all’inizio ero un po’ spaventato dalle dinamiche e dalle dimensioni di questo “nuovo” mondo, molto più grande di quello delle indipendenti. Al contrario di quanto mi immaginavo, invece, sono stato subito accolto nel migliore dei modi e messo a mio agio per lavorare al massimo in questa nuova realtà e in team con persone chiave della discografia italiana. Tutto ciò mi rende veramente orgoglioso di quello che sto facendo.
In Universal mi hanno subito dato carta bianca e i risultati si sono visti fin da subito: dopo molti anni, con “Don’t Kill The Night” degli OOVEE & Flatdisk, abbiamo visto un progetto dance italiano tornare in Top50 nelle radio italiane. Il mio obiettivo primario è sempre quello di contribuire a riportare in primo piano la musica dance, fino a qualche anno fa dimenticata dalle case discografiche italiane a favore dei grossi colossi stranieri come Spinnin’ e Ultra. Se tutti cercassimo di aiutarci a vicenda e di investire su questa nuova scena, prima o poi anche noi avremo un movimento solido di cui vantarci nel mondo.

yB) Una delle “hot news” di quest’ultimo periodo è sicuramente l’acquisizione di Spinnin’ Records da parte di Warner. Cosa ne pensi? E soprattutto cosa potrà succedere?

FC) Non so quali siano gli obiettivi di Warner in questa acquisizione, ma penso siano arrivati un po’ tardi. Ammetto di non essere mai stato un amante dell’etichetta olandese: nella mia carriera di produttore ho lavorato poco per loro, però sono convinto che negli ultimi anni abbia perso l’hype che si era creata visto che personalmente la sto trovando molto ripetitiva e poco innovativa. Sicuramente il management di Warner saprà smentirmi, ma se fossi stato io ad aver un potere decisionale in merito ad una acquisizione di questo tipo, avrei optato decisamente su etichette come Bitbird o Monstercat.

yB) Facciamo un piccolo passo indietro, ci puoi raccontare la tua esperienza a Top DJ e se ti è servita professionalmente? Inoltre, come programma televisivo, è stato più volte oggetto di pareri positivi, ma anche di aspre critiche. Cosa ne pensi a riguardo?

FC) Partiamo dicendo che tutte le critiche che gli sono state rivolte sono lecite: per quanto i propositi fossero buoni, penso che alla base di tutto ci fosse il target sbagliato. Trovo che quella di portare i deejay in televisione, tenendo soprattutto conto del pubblico medio italiano, sia stata una scelta piuttosto azzardata. Non posso nascondere di essermi divertito moltissimo e non mi dissocerò mai dal programma visto che è stata un’esperienza molto interessante e che ha contribuito a rendermi una persona meno seriosa rispetto a quello che ero prima. Purtroppo però penso che, se lo scopo era quello di far approcciare il mondo del djing e della club culture al pubblico italiano, sia stato un fallimento. Per assurdo, penso sia stato molto più utile far lavorare Merk & Kremont con Rovazzi o Benji & Fede, piuttosto che tentare l’esperimento di portare i deejay in televisione in prima serata, di cui fra dieci anni nessuno si ricorderà più.


La scheda concorrente di Federico Cirillo – in arte Kyko – a TopDJ

yB) C’è un particolare artista di cui puoi dire di essere veramente orgoglioso di averlo prodotto come discografico? Se sì, chi è?

FC) Senza nulla togliere a nessuno degli artisti con cui ho lavorato, penso di poterlo dire con assoluta certezza per Not For Us. È un artista a 360°, “poliedrico” se così volessimo definirlo: sa cantare, suonare e possiede numerosissime capacità a livello di produzione musicale. Lo ammiro molto perché non si pone né limiti mentali, né barriere alla sua creatività. Penso di rivedermi in lui perché, oltre al percorso molto simile che ci accomuna, cerca di fregarsi delle imposizioni dettate dagli altri, cercando in un certo senso di essere la voce fuori dal coro. L’unica pecca che trovo in lui è il fatto di essere italiano: se solo provenisse da un’altra nazione, non avrebbe veramente nulla da invidiare a colossi come Flume o Porter Robinson.
Flume è stato supportato attivamente e messo nella condizione di poter “esplodere”: è stato portato alla Boiler Room, gli è stata data la possibilità di remixare Lorde (che poi è salita sul palco durante un suo live, ndr) per arrivare così al suo secondo album (Skin) con collaborazioni di altissimo livello come AlunaGeorge, Tove Lo e Vince Staples.
Come discografico mi sto battendo per cercare di portare NFU in alto, sia sulla scena italiana che in quella internazionale: il fatto di essere riuscito a portarlo in una major come Universal, posso già considerarla una delle mie vittorie personali.

yB) Un esperimento simile a quello di Flume con Lorde è stato tentato da Jovanotti, quando nel 2015, portò in apertura di alcuni suoi concerti Albert Marzinotto, vincitore della seconda edizione di TopDJ (la stessa edizione in cui partecipò Not For Us). Secondo te, per quale motivo non ha funzionato nello stesso modo?

FC) Posso dirvi che Albert Marzinotto è un buon dj, oltre a quello però non ho altre belle parole/complimenti da dedicargli: sono dell’idea che la vittoria di TopDJ gli abbia fornito una buona piattaforma di lancio, che però lui non ha saputo sfruttare a dovere. Lo stesso penso anche di Geo From Hell, che vinse l’edizione in cui partecipai io e a cui ho voluto un gran bene. Ogni settimana ricevo centinaia di demo da ragazzi che hanno già un progetto attivo più che valido (un nome su tutti Merk & Kremont), ma che continuano ad impegnarsi per trovare suoni innovativi, farsi vedere attivi sulla scena e volenterosi di fare il salto di qualità. Questo invece non è stato fatto né da Albert, né da Geo: hanno sfruttato l’onda della vittoria di TopDJ per poi scomparire man mano che la popolarità data dal programma andava scemando.

yB) Chiudiamo quest’intervista con una domanda molto attuale: uno dei personaggi più discussi dell’ultima estate è sicuramente Gianluca Vacchi. In pochissimo tempo è riuscito a crearsi una popolarità gigantesca anche nel mondo della musica, ma allo stesso tempo un “odio” esponenzialmente maggiore in Italia. Hai qualche pensiero in merito a lui e al personaggio che si è creato?

FC) A differenza di quanto dice la gente, trovo che Gianluca sia una persona molto intelligente e molto abile nello sfruttare le amicizie e i contatti che si è creato. Onestamente non capisco tutto l’attrito e l’odio che gli si è creato intorno in Italia, soprattutto per il fatto che se diamo un occhio alla scena internazionale, non è il primo e non sarà nemmeno l’ultimo artista i cui progetti vengono realizzati con altre persone (e parliamo di artisti di grandissimo spessore nella scena internazionale, ndr). Negli ultimi tempi mi sono trovato a parlare di lui con tantissimi artisti, da Sebastian Ingrosso a Bruno Martini, e quello che pensano di lui è completamente l’opposto del sentimento italiano nei suoi confronti. I suoi set e la sua “fanbase” vanno a coprire contesti molto differenti rispetto a quelli della scena elettronica più “artistica”. I club in cui suona sono molto diversi da quelli in cui passano artisti come Jauz o Malaa per citarti nomi internazionali, o anche solo di SLVR o Merk & Kremont per rimanere sul suolo italico.
Non vi nascondo di non essere completamente in disaccordo con chi ha da lamentarsi in merito alla sua rapida crescita, ma visto che lui rimane nel suo settore e non toglie spazio agli altri, non penso ci sia minimamente da porsi il problema. Qualora arrivasse il giorno in cui vedrò il nome Gianluca Vacchi nella line up dell’HARD Fest e Destructo avrà deciso di ingaggiarlo per l’evento, allora qualche dubbio potrebbe venirmi, ma fino ad allora non avrò niente in contrario.


youBEAT ringrazia Federico Cirillo per la cordialità e la disponibilità riservataci

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